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Intervista a Filippo Volandri, il lavoro come Direttore tecnico al centro di Tirrenia, la sua esperienza, l’organizzazione degli stage (2a parte – di Marco Mazzoni)

La prima parte dell’intervista a Filippo Volandri, Direttore tecnico del settore maschile della Federazione Italiana Tennis, si era chiusa con uno spunto molto interessante sul tennis di oggi. Il gioco è studiato nei minimi dettagli con l’ausilio della tecnologia e delle statistiche per fornire i migliori strumenti possibili all’atleta.

“Il tennis è cambiato molto negli ultimi anni, in modo particolare proprio nel periodo in cui io ho terminato l’attività Pro. Per emergere e restare al vertice non è sufficiente avere un coach ed un preparatore atletico, è importante il supporto di un preparatore mentale, e spesso gli allenatori sono più di uno a formare dei mini team. A questo si è aggiunto anche il supporto dei numeri, delle statistiche, perché la tattica sta diventando sempre più importante e per affinare la strategia e come si sta in campo è importante guardare ai numeri. I giocatori tirano sempre più forte, sono più alti, si ha meno tempo per pensare e si deve esser pronti a giocare un tennis percentuale, massimizzando ogni situazione. L’impatto dei numeri sul gioco, quando li sai ben interpretare, può esser quasi “sconvolgente”. Un esempio? Immaginate quanti punti vince Nadal in un anno, come percentuale totale di quelli giocati. Andando a naso, si potrebbe ipotizzare che un campione come lui vinca un 70% dei punti giocati. In realtà vince tra il 53 e il 54% dei punti… Djokovic tra il 54% e il 56%, più o meno le stesse percentuali di Federer. Questo ti fa riflettere sull’importanza del singolo punto, di come i migliori riescano a vincere i punti che contano, e per questo studiamo sul campo “come” li vincono”.

Quindi analizzate nel minimo dettaglio ogni punto: come si è svolto, con quali colpi si è risolto…
“Sì, guardiamo la piantina del campo, andando ad analizzare quali sono le zone in cui i giocatori stazionano di più. Studiamo come si muovono e come muovono il gioco, sono dati per noi estremamente importanti. Un esempio concreto: il servizio ad uscire era quasi scomparso ad altissimo livello, ma è tornato. Federer è uno che da destra, soprattutto sul 40 pari, serve ad uscire. Non sceglie quel colpo perché ritiene che l’avversario abbia un dritto modesto ma perché è consapevole che l’80% delle risposte, affrontando la sua prima esterna, tornano in mezzo al campo. Questo gli permette di sapere dove molto probabilmente arriverà la palla di risposta, così lui si gira per anticipare col dritto e cercare l’angolo scoperto. Sembra una cosa banale, ma in realtà dietro c’è uno studio profondo. Djokovic ha nel suo team un vero e proprio statistico, Craig O’Shannessy, che è anche un consulente della FIT e ci ha fornito tutti questi dati, una mole enorme di numeri. Inizialmente li abbiamo presi con la curiosità di studiarli, lavorandoci sopra abbiamo constatato che sono uno strumento assai efficace, che può diventare decisivo. Berrettini li ha usati moltissimo, la sua crescita nel 2019 è stata supportata anche da questo nuovo strumento che la Federazione gli ha messo a disposizione. Grazie ai numeri ha preparato a puntino ogni aspetto di partite fondamentali, come quella all’ultimo US Open contro Monfils”.

Questo possiamo definirlo un approccio scientifico alla conoscenza del gioco e all’allenamento. Cosa pensi di aver portato di tuo, dell’esperienza maturata da Filippo Volandri come giocatore, nel lavoro che stai portando avanti come Direttore?
“Sicuramente il concetto del lavoro, della dedizione e l’attenzione al dettaglio, il saper usare bene la tattica. Come tennista io dai 16 ai 19 anni sono cresciuto tantissimo. A 19 anni vinsi un torneo da 100mila dollari sconfiggendo tre tennisti tra i primi 100 ATP. Sembravo avviato verso una scalata repentina; nei due anni seguenti, invece, sono crollato dal n.120 del ranking al n.240… Ero diventato un tennista bravo a tirare forte dove vedevo spazio, ma non ero entrato nel gioco in profondità. Ho iniziato a capire che dovevo avere un’altra visione del tennis, altrimenti sarei rimasto lì a correre “come un pazzo” sbagliando troppo, perdendo le partite, non crescendo come volevo e pensavo di poter crescere. Quando ho capito “le regole del gioco” e ho iniziato ad applicare la tattica, sono risalito velocemente dal n. 240 a n.60 del ranking, facendo assai meno fatica! Inoltre ho sempre avuto il punto debole del servizio, mai “punti gratis”, tutti guadagnati con lo scambio, quindi era necessario dare una regola ed una visione tattica a tutta la potenza e velocità che riuscivo ad esprimere. Questa esperienza l’ho vissuta sulla mia pelle, è proprio su questo aspetto in particolare che oggi sto cercando di aiutare i ragazzi che affrontano il duro passaggio dal tennis junior a quello Pro, dove la tattica è fondamentale. Tornando indietro nel tempo, posso dire di aver compiuto quel salto con fatica, commettendo molti errori, quindi voglio trasmettere la mia esperienza ai giovani”.

Il passaggio da tennis giovanile a tennis professionistico resta il più difficile, ieri come oggi
“Indubbiamente. Moltissimi junior, quando hanno già un discreto fisico, non giocano peggio dei tennisti da Challenger, ma sono disordinati, manca loro proprio la visione tattica di come si gestisce e costruisce il punto. Spesso sono ragazzi con ottima impostazione tecnica, anche belli da vedere, ma commettono troppi errori. Esagerano nel colpire confidando nella propria capacità di spinta, e subiscono vari passaggi a vuoto. Così diventa difficile vincere le partite. La differenza col tennista già navigato nei Challenger o con molti 22-23enni sta proprio nella esperienza accumulata che gli consente una migliore gestione della partita”.

Seguendo spesso tornei giovanili di ottimo livello, come il Bonfiglio, Santa Croce sull’Arno, Prato, Firenze ed altri, si scovano ragazzi dotati di un talento tecnico importante, però in pochi esplodono a livello Pro, spesso proprio perché non riescono ad imbrigliare il proprio talento tecnico in un gioco efficace, ossia fanno fatica a passare da “colpitori” a “giocatori”
“Esatto, l’aspetto tattico è fondamentale per compiere questo salto, come la lucidità per giocare i punti importanti, l’intensità e la continuità, e diversi altri aspetti su cui lavoriamo molto. Va aggiunto che diversi ragazzi, anche se sono dotati di un grande talento per il gioco, non riescono a farcela col tennis dei grandi perché manca loro la predisposizione alla vita del tennista Pro, che è una cosa molto particolare. Sono tanti gli elementi da incastrare, farcela non è affatto scontato”.

Tornando al tuo lavoro a Tirrenia, puoi descrivere più nel dettaglio come si svolgono le attività?
“Si parte la mattina verso le 8/8.30 e si conclude non prima delle 19.30. Attualmente (ricordiamo che l’intervista è stata fatta nel periodo della pandemia da Covid-19, quindi si riferisce alle attività precedenti alla sospensione, ndr) abbiamo 10 ragazzi che lavorano permanentemente al Centro, oltre ai molti stage di allenamento che coinvolgono tanti giocatori. Preferisco chiamarli stage e non raduni, sono due approcci diversi. Un raduno consiste nel chiamare un gruppo di una quindicina di ragazzi, farli giocare per tre giorni e osservarli, valutando le loro caratteristiche, potenziale, ecc; i nostri stage sono molto diversi. Intanto durano almeno una settimana, vedi lavorare i giovani con i propri allenatori, hai modo di conoscerli, scambiare idee e programmare un lavoro. In questo modo si pongono delle basi per iniziare un percorso e allo stage seguente si può valutare come è stato eseguito il programma, cosa ha funzionato e cosa non va. In passato c’erano più raduni “classici” che stage di questo tipo, ma io preferisco i secondi perché si lavora più sul dettaglio e si riesce a conoscere meglio i ragazzi, gli allenatori, i metodi, ecc. Ci sono giovani come Zepperi che in pratica svolge metà della sua preparazione invernale a Tirrenia. Non è facile per lui spostarsi ogni volta da Latina, trovare una struttura diversa dal suo circolo, con altre persone oltre al suo coach, provare altri metodi di lavoro, ecc. Per anni non è stato facile convincere ragazzi e coach della bontà del progetto, della opportunità di condividere metodi e lavoro con il Centro tecnico, che si potevano fidare e che avremmo dato aiuto, supporto, strutture, esperienza e competenza per il bene del ragazzo e per la crescita dell’intero sistema; che non sarebbe stata una settimana persa ma una spinta a crescere”.

Il tuo lavoro si divide tra campo e direzione/organizzazione. Cosa preferisci? La racchetta o la scrivania?
“Sono due settori importanti e affascinanti, entrambi necessari, ma devo ammettere che stare in campo mi piace ancora moltissimo. Appena ho smesso mi è mancato da morire il tennis giocato, per fortuna ho trovato rapidamente sia l’impegno da commentatore in tv che soprattutto il lavoro come Direttore tecnico, altrimenti avrei sofferto ancor di più il distacco dal mondo Pro. Spesso mi alleno con i ragazzi, è molto diverso guardarli da fuori rispetto a giocarci, sul campo puoi valutare assai meglio gli aspetti tecnici. Oltre al campo, mi piace ed è importante passare del tempo con loro, parlare di cose extra tennis, mangiare, conoscerli come persone oltre che come tennisti. Prima a Tirrenia c’erano due aree separate per il pranzo tra ragazzi e tecnici, ora invece stiamo tutti insieme ed è importantissimo questo spazio di condivisione senza la racchetta in mano. Se ci si limita alla conoscenza dei ragazzi sul campo o in palestra, sarà sempre e soltanto una conoscenza parziale, non capirai come ragionano e quindi cosa li spinge a certi comportamenti durante la partita”.

E se li conosci personalmente, credo sia più facile entrare nel loro mondo e trasmettergli la tua esperienza, farsi ascoltare e aiutarli a crescere
“Assolutamente, è un passaggio molto importante. Si sta insieme in campo e anche fuori dal campo, mi piace essere in contatto per entrare in sintonia con loro e i loro allenatori. Ma abbiamo un codice di comportamento: durante le sessioni di lavoro parliamo all’allenatore, al ragazzo solo in presenza dell’allenatore e d’accordo con l’allenatore, proprio perché la figura del coach per noi è importante e non va sminuita. La parola d’ordine in ogni fase del lavoro e del rapporto è collaborazione”.

Ricapitolando, il lavoro sui ragazzi si potrebbe riassumere come una supervisione molto attenta al giovane giocatore e alla persona, in totale collaborazione con chi vive il quotidiano del tennista
“Non bisogna dare indicazioni contraddittorie ai ragazzi, altrimenti si genera solo confusione. Mai prevaricare il ruolo del coach personale, che resta il punto di riferimento per ognuno di loro. Per ogni aspetto tecnico, tattico, di metodo e quant’altro serve sempre la condivisione di idee, linee guida e programmazione specifica con l’allenatore. L’obiettivo è lavorare in stretta sintonia. Questo richiede un lavoro enorme, che va ben oltre l’orario classico “8-20”. Si finisce per fare lunghe chiacchierate dopo cena con gli allenatori, o nel fine settimana. Poi spesso seguiamo le partite in streaming e magari sono di sera, la mole di lavoro è enorme quando vuoi fare bene il tuo lavoro. E anche la giornata dei ragazzi è davvero impegnativa, con orari ben scanditi. Si inizia alle 8.30 col lavoro in palestra e le varie routine…

La terza e ultima parte dell’intervista a Volandri sarà focalizzata sulla giornata tipo e sull’atteggiamento dei ragazzi del 2020, molto diverso rispetto a quello che aveva un giovane qualche lustro addietro, quando Filippo iniziò la sua strada verso il tennis professionistico.

Marco Mazzoni


Fonte: http://feed.livetennis.it/livetennis/


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